“Senza vincolo di mandato” o mandati da Grillo?

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Mentre i neoparlamentari “cinque stelle” si riunivano, Grillo “posta” la sua convinzione: bisogna abolire l’art. 67 della Costituzione, per cui ogni parlamentare agisce “senza vincoli di mandato”.

Ora che Grillo ha una rappresentanza parlamentare forte, ogni cosa che dice o scrive sul suo post assume un rilievo politico. E lui lo sa, come tutti.

Proprio per questo, ora non può più limitarsi a criticare “la casta” – gioco così facile che ormai si suicidano da soli, senza aspettare altri schiaffi. Ora , diversamente da prima, ogni sua “pensata” diventa una variabile concreta del gioco politico, come le “dichiarazioni” dei “politici antichi” che quotidianamente affollano tg e giornali. E viene pubblicata esattamente a questo scopo: incidere sull’evoluzione del dibattito politico. Perfettamente legittimo e persino necessario, nell’azione politica. Perciò, ora, la sua “visione del mondo” esce allo scoperto con molta più chiarezza. Però bisogna lavorare un po’ sui testi, grattando sotto il linguaggio popolaresco, cercando di identificare lo schema istituzionale, culturale, sociale che gli fuoriesce.

Vediamo il post di ieri, che dice qualcosa di importante e rivela qualcosa di ancora più importante.

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Circonvenzione di elettore

Se è chiaro, anche al sentire comune, cosa si intende per circonvenzione di incapace, dal vocabolario Zingarelli della lingua italiana: “induzione di persona minore o inferma o psichicamente deficiente a compiere un atto giuridico dannoso per lei o altri al fine di trarne un profitto per sé o altri”, non è ancora percepito il significato di “circonvenzione di elettore”. Si tratta di una pratica molto comune nel Parlamento Italiano, adottata da voltagabbana, opportunisti, corruttibili, cambiacasacca.
L’elettore, al momento del voto, crede in buona fede alle dichiarazioni di Tizio o Caio, di Scilipoti o De Gregorio. Lo sceglie per la linea politica espressa dal suo partito e per il programma. Gli affida un mandato di un lustro, un tempo lunghissimo, per rappresentarlo in Parlamento e per attuare i punti del programma. Gli paga lo stipendio attraverso le sue tasse perché mantenga le sue promesse. Il voto è un contratto tra elettore ed eletto ed è più importante di un contratto commerciale, riguarda infatti la gestione dello Stato. Se chi disattende un contratto commerciale può essere denunciato, chi ignora un contratto elettorale non rischia nulla, anzi di solito ci guadagna. E’ ritenuto del tutto legittimo il cambio in corsa di idee, opinioni, partiti. Si può passare dalla destra alla sinistra, dal centro al gruppo misto, si può votare una legge contraria al programma. Insomma, dopo il voto il cittadino può essere gabbato a termini di Costituzione. L’articolo 67 della Costituzione della Repubblica italiana recita: “Ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato”. Questo consente la libertà più assoluta ai parlamentari che non sono vincolati né verso il partito in cui si sono candidati, né verso il programma elettorale, né verso gli elettori. Insomma, l’eletto può fare, usando un eufemismo, il cazzo che gli pare senza rispondere a nessuno. Per cinque anni il parlamentare vive così in un Eden, in un mondo a parte senza obblighi, senza vincoli, senza dover rispettare gli impegni, impegni del resto liberamente sottoscritti per farsi votare, nessuno lo ha costretto con una pistola alla tempia a farsi inserire nelle liste elettorali. La circonvenzione di elettore è così praticata da essere diventata scontata, legittima, la norma. Non dà più scandalo. Viene concesso al parlamentare libertà preventiva di menzogna, può mentire al suo elettore, al suo datore di lavoro, senza alcuna conseguenza invece di essere perseguito penalmente e cacciato a calci dalla Camera e dal Senato.

da http://www.beppegrillo.it/

Il cuore costituzionale della questione è chiarissimo: il “vincolo di mandato” serve o no? Il compromesso costituzionale che ha portato alla lettera dell’art. 67 ha una logica stringente: ogni eletto è persona nel pieno senso della parola e responsabile dei suoi atti; l’elettore che lo sceglie – allora erano previste addirittura tre preferenze individuali! – lo sa e lo vota proprio per questo. Di qualsiasi partito faccia parte, la sua “libertà di coscienza” è necessaria, altrimenti tanto varrebbe eleggere solo i segretari di partito. Una democrazia, insomma, deve fare i conti con il fatto che un parlamento di quasi un migliaio di parlamentari è “logico” se questi debbono fare un lavoro complesso, complicato, ma preciso: elaborare, discutere, correggere la legislazione, fa avanzare il quadro delle leggi ordinarie in un mondo che cambia di continuo. Se invece debbono solo alzare la manina quando “il capo” lo dice, in effetti, si può anche farne a meno. Sarebbe un “risparmio” fenomenale, altro che “riduzione delle spese della politica”…

Nella “prima Repubblica”, bisogna dire, il dibattito parlamentare è sempre stato aspro, vivace, durissimo, senza che i casi di parlamentari passati da un campo all’altro abbiano superato mai il numero di dita di una mano. Si vede che le convinzioni e le appartenze erano fondate su basi di una qualche solidità. Non mancavano i ladri e i mafiosi nemmeno allora, ma la percentuale era tutto sommato bassa, per quanto alcune volte molto “pesante”.

Nella “seconda Repubblica” – da quando “è scesa in campo la società civle” e si è cominciato a scegliere i candidati in base alla loro notorietà extrapolitica, senza particolare preparazione amministrativa, ideologica, culturale e tamentomeno istituzionale, oppure in base al “paccheto di voti clientelari” che portava in dote – il passaggio da uno schieramento all’altro è diventato pratica quotidiana.

Del resto, il “porcellum” alla Camera e “l’uninominale” al Senato hanno privato l’elettore di qualsiasi possibilità di scelta, al di là della lista. Chi saranno i deputati e i senatori viene deciso dalla segreterie di partito, quando ci sono, o altrimenti dal “boss” (Berlusconi ha piazzato in parlamento molti più “cavalli” di Caligola). Queste persone hanno un vincolo solo con chi li ha fatti eleggere (il o i boss), nessun legame territoriale particolare (vengono “paracadutati” là dove debbono essere eletti), nessuna competenza specifica.

E’ infatti evidente che con queste regole elettorali non c’è alcun “contratto” tra elettore ed eletto, perché nessuno conosce chi verrà eletto, a parte i “nomi famosi”. Alzi la mano quell’elettore che ha votato Cinque Stelle sapendo o conoscendo chi avrebbe mandato in Parlamento.

Un briciolo di aria migliore, in tutta onestà, potrebbe venire dal ripristino del voto di preferenza. Ma nel quadro attuale non sarebbe per nulla risolutivo.

In ogni caso, un leader preoccupato della “tenuta” delle sue truppe parlamentari (è stato Grillo stesso a parlare di pericoli di “scilipotizzazione”) si sarebbe impegnato molto nella loro selezione prima delle elezioni, puntando su capacità, competenze, solidità di convinzioni. Non l’avrebbe affidata a una molto aleatoria consultazione in rete, peraltro con numeri estremamente bassi. E non punterebbe a una modifica costituzionale che gli possa dare il potere assoluto di controllo su ognuno di essi.

Ora si ritrova col problema di “comandare” 165 neofiti delle istituzioni, ovviamente esposti a tutte le lusinghe e le “offerte” immaginabili, specie in una situazione di “stallo” che non peemette di vedere una maggioranza stabile. E non trova di meglio che attaccare la loro “autonomia di giudizio” garantita dalla Costituzione. Comprensibie che non voglia perderne per strada un numero troppo alto, che rovinerebbe pesantemente anche l’aureola di purezza che circonda il Cinque Stelle. Un paio di “neo-Scilipoti si possono sopportare, 30 darebbero l’idea di un carrozzone di inaffidabili). Ma non si può accettare la logica per cui una “necessità politica” contingente – una tantum – possa essere risolta con una modifica costituzionale, ovvero permanente, oltretutto nel “cuore” stesso della funzione istituzionale.

Difficile infine non notare l’imbarazzante situazione di un gruppo parlamentare rilevante, inquadrato e obbediente alle indicazioni decisionali prese da un “garante” che sta invece fuori dalle istituzioni, anche se pretende di modificarle, distruggerle, ricostruirle secondo un disegno che non è scritto – al contrario del “programma” – da nessuna parte.
di Dante Barontini

Fonte

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