Merkel come Hitler: l’Europa della confusione

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I ritratti di Angela Merkel con i baffetti alla Hitler e la svastica al braccio non sono certo mancati in questi ultimi due anni, ne abbiamo visti molti, dalla Grecia al Portogallo e persino durante le elezioni presidenziali francesi. Ma erano, diciamo così, reazioni spontanee, un racconto popolare e semplicistico della crisi europea: quando però la stessa immagina e lo stesso concetto è apparso in una articolo del maggior quotidiano spagnolo, El Pais, accanto all’articolo di un economista che appunto faceva il paragone tra la cancelliera e il tiranno, entrambi dediti a creare un lebensraum per la Germania, poco importa se territoriale o economico, subito le proteste ufficiali hanno indotto il giornale ad eliminare il pezzo, facendo molte scuse.

L’episodio è una spia di come sia condizionata l’informazione, perché al di là dei baffetti, della svastica e di un improprio paragone, si esprimeva una tesi, plausibile e del tutto legittima: quella secondo cui i Paesi della periferia europea vengono sacrificati proprio in funzione di questo imperialismo economico tedesco. Tuttavia l’incidente, chiamiamolo così, serve anche a svelare la grande confusione sotto il cielo d’Europa che non ha soltanto ha l’effetto di paralizzare i paesi in crisi dentro una situazione impossibile, ma fa anche il gioco dei poteri bancario-finanziari i quali, nella ridda di sussurri e grida, riescono a coprire gli obiettivi politici di questa guerra continentale.

Cosa potrebbe mai importare alla Germania di impoverire partner che tra l’altro sono i maggiori compratori dei suoi prodotti? Certo l’euro ha costituito un grosso vantaggio per i Paesi che già prima operavano con una moneta forte e ha sfavorito i sistemi produttivi che invece si basavano sul fattore competitivo di una divisa debole, ma ora i nodi sono venuti al pettine e i benefici cominciano ad essere compensati dal calo dell’export. In realtà l’ossessione tedesca per il rigore deriva tutta da situazioni interne: in una dozzina di anni la Germania ha praticamente congelato salari e retribuzioni, ha aperto a contratti precari e mal pagati, ha visto aumentare a dismisura la forbice sociale tanto che oggi il 50% della popolazione più povera possiede poco meno del 10% della ricchezza prodotta. Nonostante i proclami merkeliani c’è un aumento vigoroso della povertà (e dunque anche del conto degli ammortizzatori sociali e del reddito di cittadinanza) mentre il 25% delle persone occupate stabilmente guadagna meno e spesso molto meno dei 9,15 euro lordi l’ora che sarebbero poi il reddito per tenersi al di sopra della soglia di povertà (i 9,15 euro l’ora sono 1464 euro mensili lordi, quindi diciamo mille euro in busta). E’ chiaro che in questa situazione pensare a restituire in qualche modo i 1700 miliardi che la Germania ha guadagnato grazie all’euro o comunque inaugurare una qualunque solidarietà europea significa rischiare di rompere l’ormai fragilissima pace sociale interna e dunque un sistema sul quale banche e industrie hanno fatto grandi profitti.

Si tratta in sostanza di garantire ai potentati economici quello stesso impoverimento che viene imposto per altra via ai Paesi delle periferia che tuttavia hanno assai meno grasso sottopelle, ma che soprattutto, a causa dell’euro, sono attraversati da drammatici processi di deindustrializzazione diventando non solo instabili, ma mettendo seriamente a repentaglio il proprio futuro. Il sacrificio dei Piigs, non serve a una sorta di progetto imperiale, ma è una manifestazione di quelle stesse tesi politiche che vogliono la strage dei diritti, la riduzione dei salari e infine della democrazia stessa, come fattore di competitività. Una follia con cui la destra liberista ha avvelenato il continente.

Certo se ora la Merkel viene raffigurata coi baffetti di Adolfo, se la rigida dottrina del bilancio viene interpretata come una sorta di disegno di conquista, è colpa della stessa cancelliera e in generale della destra che tedesca che per giustificare impoverimento e precarietà ha fatto passare la tesi che era colpa delle “cicale” greche, italiane o spagnole e non invece l’effetto della dottrina del profitto illimitato, della globalizzazione perversa e del venir meno dell’idea sociale che aveva resistito fino a Kohl, per poi essere messa in soffitta proprio dal socialdemocratico Schroeder. Certo la guerra europea c’è eccome, ma se l’apparenza o qualche modalità può essere interpretata come un conflitto fra nazioni, si tratta in realtà di uno scontro politico tra il modello liberista e quella democratico-sociale. Però questo è bene che non si sappia troppo: i baffetti di Hitler servono certo alla riduzione della democrazia alla quale molti economisti inneggiano, la prima volta in forma di tragedia, la seconda sotto forma di farsa.

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