Le Pussy Riot contro Vladimir Putin

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Il gruppo punk russo Pussy riot ha lanciato un nuovo video che critica l’economia russa basata sul petrolio. Il brano si chiama Like a red prison e nel video le Pussy Riot paragonano Vladimir Putin a un ayatollah iraniano. Il gruppo prende di mira anche Igor Sechin, imprenditore ed ex agente segreto russo, amministratore delegato del colosso energetico Rosneft. Nel video le ragazze gettano petrolio sul ritratto di Sechin.

Tre Pussy riot sono state condannate a due anni di prigione per aver suonato nella cattedrale ortodossa di Mosca una canzone punk, in un gesto ritenuto blasfemo dalle autorità civili e religiose del paese. Due di loro sono ancora in carcere.

Accusate di “teppismo e istigazione all’odio religioso” avevano messo in scena, durante una celebrazione religiosa nella Cattedrale di Cristo Salvatore a Mosca, un’esibizione non autorizzata contro Vladimir Putin (in quel episodio recitarono preghiere politiche e blasfeme come “Putin è la merda del Signore” oppure “Madre di Dio diventa femminista”). Ma queste non furono le uniche apparizioni pubbliche di queste sedicenti artiste. Nel passato recente infatti, il gruppo organizzò altre azioni estremamente deliranti, tra queste un’orgia sessuale in un luogo pubblico (famoso il caso del museo delle scienze) e un video “artistico” intitolato “il pollo nella vagina”.

La strategia delle Pussy Riot (come quella delle Femen) è stata denunciata fin da subito dal filosofo e attivista russo vicino al Cremlino, Alexandr Dugin, il quale ha definito il collettivo femminista “idiota utile di una guerra d’informazione che ha come scopo la destabilizzazione e il discredito del potere russo”. Proprio perché secondo il teorico dell’Eurasia, l’odierna Russia rappresenta una forza rivoluzionaria e al tempo stesso conservatrice, poiché sul modello bizantino, fa convivere un’alleanza tra il potere spirituale (incarnato dalla Chiesa ortodossa) e quello temporale (la verticalità del potere che lega Vladimir Putin alla società civile).

Putin è l’ultimo zar della Russia, amico di Berlusconi, in una Russia che si conferma sempre meno garantista dei diritti e della libertà, in cui capitalismo e potere politico assoluto di Putin si conciliano con l’ortodossia. Proprio ieri era stato sferrato un altro colpo all’opposizione con la vicenda di Alezei Navalny, che ha scosso la Russia. Il blogger e oppositore di Vladimir Putin è stato giudicato colpevole per appropriazione indebita. Dopo l’arresto migliaia di persone hanno manifestato fuori dal Cremlino a Mosca e a San Pietroburgo, contestando un movente politico al verdetto. Navalny sarebbe, infatti, in corsa alle prossime elezioni municipali della capitale. Le reazioni probabilmente, hanno indotto gli accusatori di Navalny a chiedere la revoca dell’arresto fino al verdetto d’appello. Migliaia di persone sono scese in piazza a protestare.

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