La trappola vintage della Grande bellezza

14servillo GRANDE

Recensione di Cristina Piccino, apparsa sul Manifesto del 14/01/2014

Il Gol­den Globe a La grande bel­lezza ha acceso — come pre­ve­di­bile — gli entu­sia­smi nazio­nali. Tutti con­tenti, o quasi, e pure già certi (o quasi) che il film di Sor­ren­tino ce la farà anche la notte degli Oscar. Si dice e si pensa infatti che il rico­no­sci­mento della Hol­ly­wood Foreign Press (l’organizzazione ombrello dei Gol­den Globe com­po­sta di parte della stampa stra­niera di Los Ange­les) sia una spe­cie di anti­ca­mera alla sta­tuetta (per ora La Grande bel­lezza è nella shor­tlist dei 9 titoli, il 16 gen­naio verrà annun­ciata la cin­quina). Non sem­pre è vero ma poco importa.

Di fatto tra i film in corsa avreb­bero potuto sce­gliere meglio. Che so? meraviglioso The Wind Rises — Si alza il vento di Miya­zaki. È vero pure che nelle scelte delle giu­rie con­tano molti e diver­sis­simi fat­tori, val­gono equi­li­bri­smi che non sem­pre fanno vin­cere il migliore, e il risul­tato dei Globe nel suo com­plesso sem­bra cal­co­lato al mil­li­me­tro per non scon­ten­tare nessuno.

Non penso che La grande bel­lezza sia un grande film. Il movi­mento barocco sul vuoto dei nostri tempi (?) che Sor­ren­tino dispiega con enfasi di vir­tuo­si­smo, è cali­brato sullo stesso vuoto, e su una sorta di regi­stra­zione dell’esistente a fronte della quale non viene messa in atto alcuna ambi­guità. Fel­lini, citato a piene mani come rife­ri­mento prin­cipe, aveva inven­tato una Roma e una «dolce vita» con l’immaginario prima della realtà. Sor­ren­tino non inventa nulla: il suo Jep Gam­bar­della è immerso nell’istante che rac­conta, su esso sci­vola, pon­ti­fica, gode. Per­sino l’amarezza — se mai ce ne è — del dan­di­smo che ostenta è com­pia­ciuta, come è com­pia­ciuto il cata­logo di Roma/Italia che affa­stella le sue notti.

Però nelle clas­si­fi­che di oltreo­ceano sti­late a fine anno dai cri­tici il film è pia­ciuto dav­vero, fat­tore que­sto che ha sicu­ra­mente con­tato nella scelta della stampa stra­niera. E qui ci si dovrebbe inter­ro­gare su tante altre cose, che vanno ben al di là del film di Sorrentino.

Mi stu­pi­sco sem­pre quando a domanda: «Cosa le piace del cinema ita­liano?» qual­siasi regi­sta ame­ri­cano di qual­siasi gene­ra­zione (per dirne uno per­sino Wes Ander­son) risponde: Fel­lini, Anto­nioni, Ber­to­lucci. E poi: Sor­ren­tino e Garrone.

Certo, sono i film che arri­vano, e che sono arri­vati più facil­mente negli Sta­tes. Però è abba­stanza inquie­tante sia il salto decen­nale che, soprat­tutto, nulla si sap­pia sul resto.

L’impressione, come ai tempi di Tor­na­tore, che difatti vinse il Gol­den pure lui con Nuovo cinema Para­diso (88), è che nel mondo, in Ame­rica par­ti­co­lar­mente, rispetto al nostro cinema si cer­chino con­ferme e ras­si­cu­ra­zioni, inse­guendo una nostal­gia (molto vin­tage) per la gran­dezza del pas­sato. È ras­si­cu­rante dun­que rin­trac­ciare le vesti­gia del Cinema Ita­liano, aggrap­parsi all’aura fel­li­niana, poco importa se poi Fel­lini non c’entra nulla, ciò che conta è pen­sarlo. Così come è ras­si­cu­rante quell’immagine di Ita­lia, cele­brata dal film di Sor­ren­tino, stretta nel pae­sag­gio dei «miti» comuni, fan­ta­sma­go­rie tra le quali non è quasi più pos­si­bile distin­guere il filo del «vero» e del «falso».

È l’Italia della com­me­dia umana, del ber­lu­sco­ni­smo, dell’imbroglio. Delle maz­zette, dei nobili, dei preti e dei car­di­nali. Ma anche della «bel­lezza» di chiese e palazzi, il «pic­colo mondo antico» euro­peo di fronte al quale ogni turi­sta dell’altro mondo si com­muove dimen­ti­cando le nefan­dezze. Di que­sto caos e mera­vi­glia Roma è l’emblema asso­luto, così come lo è di quel cinema ita­liano che fu, delle sue vesti­gia, della sua magni­fi­cenza. E del biso­gno, appunto, di ritro­varne oggi almeno un barlume.

Per que­sto il plauso ame­ri­cano intorno al film di Sor­ren­tino non è esal­tante. Un imma­gi­na­rio esi­ste ed è forte quando dispiega fuori dai pro­pri con­fini, e dalla chiac­chiere del cor­tile di casa, potenza e sedu­zione, ribel­lione e sor­presa. Il con­tra­rio fa pen­sare a quella forma di colo­niz­za­zione per cui da certi paesi ci si aspetta sem­pre e solo una cosa. Per for­tuna sap­piamo che, Gol­den Globe e Grande bel­lezza a parte, non è così.

Fonte

Print Friendly

3 thoughts on “La trappola vintage della Grande bellezza

Comments are closed.