La prima violenza sulle donne è dello Stato

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Ieri c’era una messa commemorativa contro la violenza sulle donne. C’era l’addestramento a farci diventare tutte oggetti di Stato. No, scusate. Era un convegno in cui intervenivano la Camusso, segretario nazionale della Cgil, sindacato oramai tristemente noto per aver concertato, stretto accordi, detto tanti Ni, per non scontentare nessuno, quando s’è parlato di diritti di pensionati e lavoratori, e la Boldrini, presidente della Camera che dopo il pianto di oggi posso ben archiviare definitivamente come la santa martire ammadonnata sempre pronta a declinare la questione delle donne come se ci cadesse in testa un meteorite da un momento all’altro per poi fare errata corrige se dopo il lancio d’emergenza [email protected] le fa notare che simili atteggiamenti servono soltanto a legittimare repressione e soluzioni autoritarie.

Ad un certo punto, dopo l’intervento della Camusso, una signora molto arrabbiata ha detto che “il potere femminile è uguale a quello maschile” e poi ha aggiunto delle cose che potete trovare più o meno qui e che sembrano essere le uniche compatibili quanto meno con il luogo in cui il convegno si è tenuto. Dato che erano alla camera del lavoro sarebbe stato carino che parlassero dell’assenza di lavoro anche per le donne, della dipendenza economica che rende impossibile alle donne cercare altre opportunità invece che stare con l’uomo che le picchia o fare un lavoro che a loro non piace, di lavoro e immigrazione, giacché le migranti sono le prime ad essere penalizzate da una legislazione razzista che le obbliga a restare in clandestinità, ad offrire i propri servigi al miglior offerente, per cui fare la badante o la prostituta poco conta, di lavoro e ragazze che per sfuggire a famiglie in cui non vogliono più stare si sposano il primo che arriva compromettendo mille vite senza risolvere niente, di lavoro e possibilità di istruzione giacché la scuola è sempre più per ricchi e quando le ragazze reclamano gratuità dello studio in piazza si beccano manganellate a non finire, della violenza dello Stato, quella che arriva da ministre che fanno provvedimenti che ci rendono schiave e quella che ci arriva da istituzioni che non fanno altro che vittimizzarci, usarci come strumenti di legittimazione per governi discutibili, massacrarci in piazza e mandarci in galera se osiamo alzare la testa contro neoliberismo, fascismo, sottrazione di diritti, e poi c’è la violenza che arriva dalle stesse che vengono scelte per occuparsi di violenza di genere quando propugnano opposizione ai diritti delle persone trans, lesbiche, gay, quando ci vietano una pillola del giorno dopo, quando esigono che i consultori diventino luogo privato dei pro/life.

Sarebbe stato carino che si fosse parlato di tante cose di cui invece non si è parlato. Quello che so è che la Camusso ha detto che “la crisi è un alibi“, ha aperto il suo intervento dicendo che la questione economica con la violenza sulle donne non c’entra affatto, ed è così che ha sostanzialmente rasserenato capitalisti/sfruttatori i quali, deresponsabilizzati, possono continuare a fare quello che gli pare. So anche che questo ragionamento non deve essere piaciuto granché a tutte le presenti giacché una signora s’è presentata con quel cartello che io condivido e anche parecchio. Segue scena madre di una segretaria di sindacato che non si capisce quanto e come appoggi il governo in carica e poi quell’altra di una presidente della Camera che ha fatto la commossa in diretta e differita elargendo moralismi e immaginando di poter tenerci tutte in pace con le Istituzioni, giusto noi che dalle Istituzioni veniamo massacrate tutti i giorni, con qualche frasetta ben servita, un po’ di antisessismo come anestetico sociale per le precarie, un po’ di chiacchiere di quelle che la fanno simpatica per alcune e le felicitazioni per la chiusura di una trasmissione tv che nella mia scala di priorità, io precaria, madre di una figlia precaria, sopravvissuta di violenza in violenza, inclusa quella istituzionale, diciamo che è pari allo zero.

Si tratta di sceneggiate buone a occupare un tot di spazio su RePubica, a distrarre ancora mentre i ricchi ci fanno a pezzi, i loro privilegi non vengono toccati e io e le altre, tante persone precarie in questo mondo, senza futuro né speranze, dovremmo consolarci di un dispiacere privo di analisi strutturale del problema e di un pianto per una ragazza uccisa che proprio perché è stata uccisa vorrei capire chi si è preoccupato di analizzare quel contesto e chi invece no. E se la battaglia è culturale allora bisogna davvero cominciare a ragionare di quel che è il ruolo delle donne in questa nazione, che non si può neppure dire che è di xxxxx perché ti condannano per vilipendio, dove il welfare pesa sulle nostre spalle, il ruolo di cura non vogliamo mollarlo a nessun altro e dove il nostro destino è quello di fare figli per riequilibrare le esigenze demografiche imposte dal capitale.

Allora va compreso che cultura ed economia sono strettamente connesse e che l’economia fa cultura, spesso, perché vende prodotti e modelli di vita e quando vedo queste due rappresentanti istituzionali che sono lì a ragionar del nulla vorrei capire che modelli stanno vendendo e per fare bene a chi. A chi serve tutto ciò se non si mettono in discussione fino in fondo i ruoli di genere? Se non si ribalta tutto? A chi serve? Al capitale? Al fascismo?

—>>>Poi [email protected] mi spiega perché in questo contesto pubblico la Boldrini, con il suo solito quintale di enfasi, tira fuori, come vittima di violenza, una ragazzina che commuove belli e brutti, che unisce gli istinti di tutela dei movimenti di donne orientati a destra, invece che parlare anche di una sex worker o di una trans brutalmente assassinate. C’è una motivazione estetica, in termini di marketing per piazzare il prodotto, nella scelta di una vittima da raccontare invece che un’altra?

—>>>Altre domande restano sempre: chi decide l’agenda politica delle donne? E quando si capirà finalmente che esigiamo strumenti per liberarci da sole ché di essere liberate delegando a questa gente il ruolo di tutori e tutrici della nostra salvezza non abbiamo alcuna voglia?

—>>>[In basso, nella foto, Stefania Glorioso, 26 anni, estetista disoccupata, sfrattata con la sua famiglia ora occupa un residence nella periferia romana. Manganellata dalla polizia al corteo di un paio di settimane fa in cui rivendicava diritti. Dove sta, dunque, esattamente, la difesa della “dignità” delle donne?]

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