Il grande stallo: chi vince e chi perde

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Nel gioco stucchevole dei veti incrociati, tra la follia ideologica dei Cinque stelle e Berlusconi che minaccia di tornare, a rimetterci sono i cittadini. Quelli laici su tutti.

Comunque vada, questa legislatura è partita sotto il segno di Pierluigi Bersani e Beppe Grillo. Già nelle premesse, cioè nella campagna elettorale che il segretario del Pd ha praticamente rinunciato a fare. Se aggiungiamo lo snobismo che ha portato a sottovalutare sia Berlusconi sia Beppe Grillo (il che vuol dire in realtà non aver valutato correttamente le esigenze e il sentire dell’opinione pubblica), ecco il mortificante risultato tafazziano della non-vittoria. Grillo invece ha percorso il Paese in lungo e in largo, ricoprendo di insulti e contumelie l’intera classe politica, ma col merito di essere sceso di persona (e da molto prima della campagna elettorale) ad ascoltare gli elettori. I quali l’hanno generosamente ricambiato, nonostante dal suo movimento non sia arrivata alcuna proposta credibile su un modello di società da costruire; Grillo e grillini hanno prevalentemente raccolto e convogliato la protesta popolare – più che giustificata – contro la partitocrazia.

Finita la conta dei voti, Bersani non si è mosso male: con una inversione a U – manovra piuttosto pericolosa per gli equilibri interni del Pd – ha deciso di rifiutare l’idea di una grosse koalition (l’Italia non è la Germania), e ha cercato di stanare i grillini, prima presentando i suoi otto punti, che avrebbero potuto pragmaticamente essere condivisi dal M5S, poi sedendosi sulla riva del fiume nell’attesa che il lento logorio interno al movimento di Grillo e Casaleggio desse i suoi frutti. Questa è stata la mossa più astuta, a prescindere dall’esito: mostrare i grillini per come sono, ovvero dei dilettanti con la palla al piede di una “coerenza” imposta dall’alto, che poi è mancanza (per presupposti puramente ideologici) di realismo. Il re è nudo.

Ancora, Bersani resiste nella partita per il Quirinale, rifiutandosi di barattare al mercato delle vacche berlusconiano la poltrona sul Colle con la polpetta avvelenata dei voti del Pdl, che ha solo un disperato bisogno di un colpo di spugna sui processi a Berlusconi. Mentre Grillo organizza una votazione farsesca sul web, dalla quale sono emersi per lo più personaggi improponibili da vari punti di vista: da chi ha già declinato l’invito (Dario Fo), a personaggi presi dall’odiata kasta (Prodi, Bonino, Rodotà), in politica da una vita ma, a differenza di altri, per qualche misteriosa ragione simpatici ai militanti. Più lo stesso Grillo, che in quanto pregiudicato non ha voluto entrare a Montecitorio o Palazzo Madama, ma al Quirinale chissà.

Ma adesso, è arrivato il momento di una ulteriore svolta, in quello che certa stampa ha battezzato “il grande stallo”: Bersani, pragmaticamente, si deve fare da parte. Ha già fatto tutto quello che poteva, seguitare a frenare un partito che (per il solito istinto suicida) non vede l’ora di inciuciare con Berlusconi, non potrà che avere effetti dirompenti sul partito stesso. Quindi, non solo deve restituire l’incarico a un confuso e debole Giorgio Napolitano, ansioso di lanciare la patata bollente a chi verrà dopo di lui, ma anche – per togliere ogni alibi a chi pone su di lui una pregiudiziale ideologica insormontabile – dare le dimissioni dalla segreteria del suo partito, oramai deciso all’inciucio, se non vuole rovinare tutto.

Quanto ai grillini, il loro veto permanente su Bersani, in particolare, indigna chi confidava che il loro ingresso in parlamento potesse significare una decisa e brusca accelerata del Paese verso un progresso civile degno di questo nome. Il 5 aprile scorso, tra una farsa (la gita in comitiva con destinazione ignota) e un’altra (l’occupazione da liceali fancazzisti del Parlamento), deputati e senatori del M5S hanno presentato – finalmente – dei disegni di legge interessanti per quel versante laico da sempre tradito dal centrosinistra: per il contrasto all’omofobia, per il matrimonio omosessuale, per l’attribuzione di sesso e per bloccare i rimborsi ai partiti, dirottando quelle somme a favore della piccola e media impresa. Se la loro pretesa di restare “puri” e incontaminati dovesse spingere definitivamente verso un accordo tra Monti, Berlusconi e il Pd, queste norme (e le altre “idee” tanto care ai “cittadini”) vedrebbero mai la luce? Ma soprattutto, passerà mai un altro treno come questo?

Senza una svolta realista, i cinque stelle si accingono a diventare la più grossa fregatura della storia della Repubblica italiana. La quantità di elettori delusi del M5S aumenta di giorno in giorno (i sondaggi lo confermano segnando un calo del gradimento); questi ragazzi, che Famiglia cristiana ha definito «zitelle inacidite», pieni di ideali per un futuro radioso ma accecati dall’odio verso la casta, sono entrati nel palazzo con la pretesa di cambiare il mondo. Credono di aver iniziato l’assalto al Palazzo d’Inverno, si sentono vicini alla presa della Bastiglia, vorrebbero giustiziare lo zar con tutta la famiglia, si chiamano tra di loro come i rivoluzionari di Roberspierre. Ma se non si svegliano e non recidono il cordone ombelicale con la folle dirigenza del Movimento, altro che Rivoluzione d’ottobre: l’unica rivoluzione che faranno sarà quella fantozziana di una ridicola messa in scena della corazzata Potemkin (che notoriamente, infatti, è «una boiata pazzesca»). E vincerà Berlusconi.

Quindi, attenzione Grillo: se la gente a quel punto prenderà veramente «i forconi», sarà per andare dai “cittadini” e dai loro capi.

Alessandro Baoli

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