IL FETICCIO 2.0: LA DEMOCRAZIA TRASPARENTE

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«Conoscere quali siano le opinioni condivise dalle masse e quali siano, per contro, le opinioni che le masse non condividono, costituisce un problema del tutto trascurabile. Alle masse, infatti, è garantita una sorta di libertà intellettuale dal momento che esse sono sprovviste, appunto, dell’intelletto» (G. Orwell, 1984).

La trasparenza: ecco il feticistico mantra di questa ripugnante stagione della politica italiana. Ripugnante esattamente come le altre che l’hanno preceduta, beninteso. La bella e sobria Boldrini è convinta che seguendo la virtuosa strada della trasparenza i politici, oggi assai in disgrazia presso l’opinione pubblica d’ogni tendenza politica, riusciranno a ripristinare l’amore dei cittadini per le istituzioni. «Il Parlamento deve diventare una casa di vetro». Bene! Già mi assale la voglia di prenderlo a sassate, quel Palazzo di vetro, come le finestre che da piccolo prendevo di mira con gli amici di quartiere durante le quotidiane scorribande in altri quartieri della città: precoce e selettiva inciviltà! Amare il Leviatano (meglio se trasparente, democratico e nato dalla Resistenza) è il ripugnante titolo del programma politico che ogni cittadino onesto dovrebbe portarsi al letto, per leggerne qualche scabroso passo prima di addormentarsi. Personalmente preferisco letture decisamente più incivili. Si apprezzi almeno la mia… trasparenza.

Un “cittadino” parlamentare targato 5 stelle ieri ha dichiarato che «noi cittadini, non avendo dietro le spalle niente di oscuro, possiamo occuparci con assoluta trasparenza della cosa pubblica». Evidentemente i politici “castali” hanno dietro le loro spalle, incurvate dal peso del peccato, innominabili interessi che non gli consentono di essere trasparenti. I nuovi salvatori della patria invece, non avendo interessi di sorta da celare agli occhi del mondo, possono permettersi il lusso eticamente corretto della trasparenza, come hanno fatto l’altro ieri con l’ex smacchiatore di giaguari, quando hanno messo in onda, pardon: in streaming, una farsa davvero imbarazzante, degna delle peggiori puntate di Miserabilandia. Pur di salvare la ditta, il salumiere del PD sembrava disposto ad accettare anche l’autodafé in streaming, ma i grillini non gli hanno concesso nemmeno quell’ultimo ignobile appiglio. «Sembriamo a Ballarò», ha detto con compiacimento una statista grillina: evviva la trasparenza! «Il nuovo feticcio della mitologia politica odierna: lo streaming. Il simbolo della trasparenza assoluta. Lo strumento magico che distrugge ogni opacità. Ora questo prodigio della tecnica che trascina discorsi estatici sulla nuova democrazia web, entra nella rete polverosa delle consultazioni per la formazione del nuovo governo» (Pierluigi Battista, Il Corriere della Sera, 27 marzo 2013). E non è stato un bell’esordio, a quanto pare.

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Naturalmente al grillino non passa nemmeno per l’anticamera del cervello di essere non più che uno strumento di precise esigenze sociali radicate nel dominio capitalistico come si esprime nel Bel Paese in questa epoca storica. Tutta la trasparenza di questo mondo non sarà mai in grado di metterlo nelle condizioni di vedere questa gigantesca e disumana realtà, che egli semplicemente sconosce. Magari il grillino “esoterico” è in grado di dar conto del complotto mondiale ordito dagli illuminati contro l’umanità e il pianeta, ma se gli parlate della potenza sociale che lo domina dalla testa ai piedi, dentro e fuori, esattamente come ciascuno di noi, egli non può che sorridere: «Ma di che potenza vai cianciando?».

Lo stesso Web, il feticcio per antonomasia del M5S, dimostra come alla crescente conoscenza di informazioni d’ogni genere provenienti dalle fonti più disparate non si accompagna un analogo aumento nella coscienza degli «utenti cittadini», ossia nella loro capacità di cogliere alla radice la natura della vigente società: più aumenta la massa delle informazioni, e più difficile diventa capirne il senso reale. Conosciamo sempre più cose, è vero, ma capiamo sempre di meno ciò che rappresenta l’essenza di quelle cose. La democrazia trasparente e partecipata in grazia della tecnologia cosiddetta intelligente è solo l’ultima delle chimere che i dominati più acculturati sono abituati a prendere sul serio, fino alla puntuale disillusione che li attende al varco. Sulla “trasparenza” delle decisioni politiche che maturano all’interno del movimento grillino è meglio stendere un pietosissimo velo tecnologico…

Propongo forse di gettare nell’immondizia il computer (mi raccomando, occhio a non sbagliare il cassonetto dei rifiuti: non possiamo continuare a essere incivili in fatto di riciclaggio!), magari in odio a Grillo e a Casaleggio? Certamente no. Più realisticamente propongo di gettare nella famosa pattumiera della storia il Capitalismo, tale e quale, con ciò che ne consegue sul terreno dell’impegno politico immediato, a partire dalla demistificazione della democrazia, non importa se “castale”, “partitocratica” o “trasparente”.

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Il Dominio è opaco per definizione, e per questo la trasparenza reclamata a gran voce dai poveri illusi d’ogni tendenza politica e ideologica, non solo non gli fa un baffo, ma lo rende ancora più invisibile. Come diceva – forse – Santa Lucia, la realtà non si apprezza con la vista, ma va colta con la coscienza, più che con «l’intelletto» di cui parlava il grande Orwell, ossia con un pensiero e con una prassi che siano in grado di perforare la dura scozza dell’apparenza che fa della divisione classista della società un fatto di natura, ovvero un retaggio di oscure tare antropologiche, se non addirittura “teologiche” – Papa Francesco, teorico della sobrietà e della trasparenza, non ci ammonisce forse tutti i santi giorni circa la presenza del Demonio sulla terra? Platone parlò una volta di «occhio dell’anima». Quel che è sicuro è che in fatto di rapporti sociali la trasparenza agognata dagli italici riformatori e dai Savonarola di turno sta a zero.

D’altra parte i grillini non sono meno coscienti di chi da decenni si riempie la bocca con la “coscienza”, taluni addirittura con quella “di classe”, salvo poi ingoiare rospi d’ogni tipo: da Andreotti a Dini, da Prodi a Monti. Nessuna scuola è stata così prodiga della parola coscienza quanto quella sinistrorsa, perché «là dove mancano i concetti, s’insinua al momento giusto una parola». Se al posto di coscienza mettete la parola comunismo l’aforisma viene ancora meglio… Sono stato sufficientemente trasparente?

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Come sa chi mi segue, per me il problema non insiste sulla opacità-corruzione-incapacità dei Palazzi, ma sulla loro funzione al servizio della conservazione di rapporti sociali necessariamente disumani. Su un post del 10 novembre 2011 (Impotenti tamburini delle potenze sociali) scrivevo: «”La nemesi immanente di Hitler è questa: che egli, il boia della società liberale, era troppo “liberale” per capire come altrove, sotto il velo del liberismo, si costruisse l’irresistibile supremazia del potenziale industriale. Hitler, che scrutò come nessun altro borghese quel che c’è di falso nel liberalismo, non comprese fino in fondo la potenza che gli sta dietro, cioè la tendenza sociale di cui egli stesso non era che il tamburino” (Minima moralia). Non fatevi sviare dall’analogia, che appare fin troppo distante, sotto ogni rispetto, tra l’epoca del Führer e quella dell’Ex Cavaliere Nero di Arcore: al di là delle apparenze e mutato quel che c’è da cambiare, quei passi parlano di noi, dei nostri critici tempi. Se, per ipotesi, il mondo improvvisamente impazzisse, e tuttavia non trovasse la forza materiale e spirituale di rovesciare se stesso; e se, per la solita bizzarra astuzia del dominio, il più formidabile dei Nostromi – e quindi non sto parlando di me! – venisse a trovarsi al vertice del Potere Politico, credete davvero che il suo destino potrebbe essere diverso? E credete che il Gran Nostromo potrebbe recitare una parte diversa da quella di tamburino delle Potenze Sociali che l’hanno scaraventato, più o meno democraticamente, al potere? Non fatevi illusioni!».
Sebastiano Isaia

Fonte

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