Il Faziorenzismo

fabio fazio matteo 203908 tn

Il Dsm 5, rinnovata bibbia della psichiatria american style, non lo riporta nell’elenco dei disturbi, ma tuttavia il Faziorenzismo è una malattia gravissima del paese Italia, una sindrome ad eziologia gattopardesca che si è rivelata in tutta la sua drammaticità da un anno a questa parte. Prima sembrava quasi uno stato di buona salute in confronto ai veleni del berlusconismo, un modo per far contro al nemico una barriera, però indebolitosi l’avversario, subentrato un nuovo invasore si è mostrata la valenza rituale e convenzionale di quell’essere contro.

Nel tempo di un soffio, come appunto accade nei disordini di personalità, c’è stato il brusco cambiamento di Fazio da paladino dei pupi ad inchino aggravato con accompagnamento di acquerelli di Liala Gramellini e strilli anatomici della Littizzetto. L’esasperata tensione verso la banalità in salsa professionale, la cura nell’evitare ogni contenuto, ogni intrallazzo con la verità, ha trovato ieri il suo acmé nella conversazione con Renzi, il nuovo commesso imbonitore che si pensa possa salvare il Pd, perché meno si ha da vendere, più importanza acquista il venditore. E che il sindaco di Firenze sia un berluschino fatto e finito, ha poca importanza dentro una prospettiva di pura “immagine”, dentro una natura completamente berlusconizzata della politica.

La sinergia tra l’uomo che non fa mai domande vere e quello che non dà mai risposte serie è stata straordinaria: in un Paese che sta affrontando la più grave crisi economica che mai lo abbia attraversato, dentro tensioni e mutazioni politiche che non si vedevano dal dopoguerra, alle prese con un’Europa matrigna e con un cambiamento radicale degli assetti mondiali, i due sono stati così abili da non affrontare nemmeno un problema, da evitare qualsiasi risposta che non fosse il baloccarsi con i problemi di schieramento che alla fine della fiera derivano in gran parte dalla nullità politica dei gruppi dirigenti. La grande novità di Renzi consiste nell’invito a rinunciare subito (per questa volta) ai 159 milioni di finanziamento pubblico dei partiti. Una mossa più che ovvia, scontata fino al midollo, ma appunto solo immagine messa a guardia dei veri costi della politica e della sua subalternità. Oltre naturalmente che alle ambizioni di Renzi stesso. Che pena.

Fossi stato Fazio gli avrei chiesto della poltrona da 2200 euro che è stato il primo atto significativo come sindaco di Firenze o dell’assunzione di 40 persone come suo staff personale per una spesa complessiva di 15 milioni di euro. E tutti amici, ex politici, ex autisti, ex lupetti, clientes utilizzati per le sue campagne nazionali. Gli avrei chiesto dei 20 milioni spesi da presidente della Provincia per cene sontuose, viaggi, associazioni amiche esistenti o di fatto inesistenti o aziende destinate a creargli l’immagine o festival della pimpa e dei picnic. Insomma, ecco l’uomo che grida alla rinuncia dei 159 milioni. Ma Fazio mente non chiedendo e Renzi mente non dicendo nulla sul Paese: la sindrome di questa Italia trasformista, opportunista e ormai usa anche a mentir tacendo, è lì davanti allo schermo. O sulle pagine dei giornali che ne rimbalzano l’eco come fosse una buona novella e non invece il sintomo di una malattia ormai degenerata.

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